mercoledì 19 gennaio 2011

Covasna-parte 5-

- Abiti tanto lontano da dover andare con l'autobus?- - Potrei anche fare la strada a piedi, ma di sera non mi fido...sarebbero una ventina di minuti al buio, come vedi i lampioni sono pochi, inoltre sono stradine sterrate- L'autobus rallentò nei pressi di un cartello semi piegato e aprì le porte, facendo scendere i tre ragazzi, gli unici passeggeri rimasti. Yelina aveva ragione, la stradina buia e stretta che dovevano percorrere era priva d'illuminazione... mentre il mezzo tornava indietro, En s'accorse della vicinanza con il famigerato bosco. - Non manca molto, ma la strada è un po' in salita- avvertì Yelina Ren ed En seguirono la nuova amica, oltrepassando cespugli, alberi e arbusti, fino a quando non si ritrovarono all'aperto e, davanti, a loro, si stagliarono le sagome nere di due abitazioni, la prima a poca distanza da loro, con un capanno sul retro e l'altra, ancora più grande, quasi all'entrata del bosco. - La casa del matto...-mormorò Ren, osservando la seconda casa - Esatto- confermò Yelina, pacata- quella è casa mia e il matto è mio nonno...venite- - Fantastico- pensò En, sospirando Più si avvicinavano alla casa e più En pensava che Yelina dovesse abitare in una specie di baita che le ricordava Heidi, con la sola differenza che la baita di Heidi non era cupa e minacciosa come quella della ragazza. Arrivati davanti al grosso portone di legno, Yelina prese le chiavi dalla borsa e aprì... dall'interno dell'abitazione uscì qualcosa che si lanciò verso i due fratelli. - Stai giù, Dracula!- ordinò Yelina ad un grosso cane nero e scodinzolante La bestiola, udito il tono della padrona, smise d'agitarsi e andò verson Ren con calma, lasciandosi accarezzare sul muso. - Che bel cagnolone!- esclamò il giovane- Ti chiami Dracula? Allora, ciao, Dracula!- - Il cane mi ha spaventata- brontolò En, chinandosi per accarezzare l'animale - Mi dispiace- si scusò Yelina- Dracula è buono, voleva solo farvi le feste... coraggio, accomodatevi in casa, qui fuori fa freddo- Richiamò il cane ed entrò in casa, facendo strada ai due ospiti: l'ingresso dava un senso di calore, con le pareti di un color mogano avvolgente e il salotto in stile ottocentesco, con i mobili di legno antico, il camino in pietra vista e la moquette era molto accogliente. Yelina fece appoggiare le giacche ai ragazzi su una vecchia sedia a dondolo e prese alcuni ciocchi di legno vicino alla porta, gettandoli nella bocca del camino. - Il telefono è vicino alla porta, sul tavolino vicino alla sedia a dondolo- disse senza voltarsi, intenta ad accendere il fuoco - Grazie- rispose Ren, afferrando la cornetta bianca dell'apparecchio Mentre Ren telefonava agli zii, Yelina finì di accendere il fuoco, andò in cucina e preparò il pasto ad un impaziente Dracula, distratto da En. - A parte il nome, è carino! Yelina, scusa, perchè lo hai chiamato così?- - Mi piaceva- La rumena tornò in salotto con la ciotola di Dracula colma di cibo e osservò Ren con la coda dell'occhio. - Tuo fratello ci prova sempre con la prima che vede?- - Oh, no no! Si vede che gli sei piaciuta subito...- - (...)-

Covasna-parte 4-

Usciti dal bar, i gemelli Kamishiro tornarono in piazza, naturalmente deserta, e si fermarono nei pressi della fontana. - I negozi stanno già chiudendo- osservò En- ma che succede, c'è il coprifuoco? Tra un'ora sembrerà di stare in una città fantasma!- Ren ignorò la sorella, inforcando gli occhiali da sole per proteggersi dal basso sole che iniziava a tramontare. - Mi ascolti?- - ...accidentaccio!- gridò improvvisamente il fratello, facendola sobbalzare - Ma che ti prende, eh?- - Non le ho chiesto come si chiama...- En diede uno spintone al gemello, ridendo di gusto e apostrofandolo "palyboy", poi lo invitò a prendere la mappa per tornare indietro. Sospirando, Ren annuì, prese la caritina e s'incamminò verso casa degli zii assieme alla sorella; dopo una quarantina di minuti, però, si rese conto che avevano girato in tondo senza arrivare a nulla e alle loro spalle sbucava di nuovo la piazza, mentre un sole infuocato spariva dietro le montagne, illuminando con gli ultimi raggi la statua barocca in cima alla grossa fontana di marmo. - Ehm... che razza di giro abbiamo fatto? Fratellino, dove siamo?- Ren si guardò attorno: avevano camminato attorno alla piazza e ora si trovavano vicino ad una fermata dell'autobus, chissà in quale punto di Covasna. - Sai, temo di non averne la minima idea, En...- En spalancò i grandi occhi nocciola e Ren proruppe in una serie interminabile d'improperi. - E adesso?- chies En, agitata- Abbiamo sbagliato strada... come torniamo dagli zii?- - Sono il più grande imbecille che Dio abbia messo al mondo!- esclamò Ren, dando un calcio al paletto che reggeva l'arrugginito cartello che segnalava la fermata Mentre En s'avviliva sempre più e il fratello, arrabbiato con se stesso, se la prendeva con tutti i santi del paradiso, s'udì un suono in lontananza, simile al richiamo di un corno, che rimbombò sinistramente per tutta la città. - Cos'è stato?- rabbrividì En - Sembrava un segnale...- rispose Ren, guardando istintivamente l'ora dal cellulare- sono le sei- - E allora? Ah, ma non c'è campo, qui!- Ad un tratto, una mano si posò delicatamente sul braccio sinistro di Ren, facendolo voltare di scatto. - Cosa fate qui?- - La ragazza del bar!- esclamò En, con una nota di sollievo nella voce- Sai, abbiamo sbagliato strada...- - Siete piuttosto lontani da casa dei vostri zii- fece notare loro la giovane - Tu cosa fai qui?- le chiese Ren - Abbiamo chiuso il bar proprio ora- rispose, facendo un cenno del capo in direzione della grigia serranda del locale- stavo tornando a casa- - Con l'autobus? Capisco...- La giovane rumena li fissò con sguardo intenso. - Girare col buio non è prudente, qui... forse è meglio se telefonate e vi fate venire a prendere in auto- - Hai ragione, ma i cellulari non prendono- ribattè Ren - Sì, più ti avvicini al bosco e meno c'è campo, è normale, gli alberi impediscono la comunicazione... venite a casa mia, potete telefonare da lì, ho il telefono fisso- En sorrise, annuendo con il capo: meglio casa sua che da soli, al buio, in una città desolata e lugubre. - Grazie, ci salvi!- disse Ren- A proposito, come ti chiami?- - Yelina Morigova- - Hai un nome bellissimo, lo sai?- le disse Ren, sorridendo Yelina guardò l'ora dal suo orologio da polso, come se non lo avesse sentito. - Sta arrivando l'autobus- annunciò freddamente Ren la osservò e sorrise, nonostante la sua gelida risposta. - Va bene- pensò- recepito il messaggio...-

lunedì 17 gennaio 2011

Covasna-parte 3-

En annuì e, trascorso qualche altro minuti, la barista porse il tè fumante ai due giovani, accompagnato da un piattino di pasticceria secca. - Non volete sedervi ad un tavolo?- domandò loro - Grazie, stiamo bene qui- disse En, facendo un sorriso di circostanza Ren lanciò un'occhiata furtiva alle sue spalle. - Senti, ma qui sono tutti così... strani?- chiese - Siete voi quelli strani, secondo la gente del posto- spiegò la giovane rumena- dovete perdonare gli anziani della città, sono molto attaccati alle tradizioni e posso sembrare poco ospitali, ma sono solo chiusi- - Come mai non amano i forestieri?- incalzò Ren, bevendo un sorso di tè - Diciamo che amano la tranquillità che i turisti, ovviamente, rovinano. A proposito, siete di passaggio?- - Purtroppo no- sospirò En- siamo arrivati ieri, per restare qui...- La ragazza rimase un momento in silenzio, con l'aria di chi sta riflettendo. - In questo caso... seguite il mio consiglio. Non ficcanasate in giro, non uscite dopo il tramonto e soprattutto state alla larga dal bosco- - Cosa c'è di tanto pericoloso nel bosco?- intervenne Ren - Lupi. Tempo fa sono morte delle persone, turisti... meglio essere prudenti- - Io non ci vado di sicuro!- esclamò En, scuotendo energicamente la testa Ren ricordò di aver visto delle case al limitare del bosco, arrivando a bordo del treno e anche di averle ritrovate segnate sulla cartina di Covasna. - Però, qualche casa vicina al bosco c'è- obiettò - Una è del guardaboschi, naturalmente e l'altra è del matto... solo un folle abiterebbe lì, no? Ad ogni modo, è tardi, sono quasi le cinque... è meglio se rientrate- - Va bene... quanto ti devo?- - Hai con te euro o leu?- - euro- - Va bene, allora sono quattro euro di tutto- Ren mise mano al portafogli e pagò la ragazza, dopodichè s'avviò all'uscita con la sorella. - Ah, ma tu quanti anni hai?- chiese alla barista rumena- Sei a scuola con noi?- - C'è solo una scuola... adesso andate, sbrigatevi!- En si domandò come mai la ragazza fosse così preoccupata che tornassero a casa prima che scendesse il buio... che Covasna nascondesse qualcosa?

venerdì 14 gennaio 2011

Covasna-parte 2-

Il locale in cui misero piede era piccolo e piuttosto affollato e perfettamente in linea con il resto dela città: vecchio e lugubre. Non appena varcarono la cupa soglia, tra i clienti ci fu un brusio concitato e tutti si volsero a guardarli. - P-perchè ci fissano?-mormorò En, stringendosi al braccio del gemello - Forse perchè siamo stranieri- ipotizzò Ren, avanzando verso il bancone con una tranquillità che constrastava visibilmente con l'agitazione della sorella Il barista, un uomo robusto e panciuto di mezz'età, intento ad ordinare una pila di bicchieri, notò i due giovani e si rivolse loro in rumeno. - Che sta dicendo?- chiese En- Non capisco una parola!- Il fratello tentò di comunicare in inglese, ma come risposta ottenne un'espressione perplessa; frugò allora frettolosamente nelle tasche interne del giaccone, alla ricerca della sua guida. La consultò velocemente e disse qualcosa in rumeno (o così gli parve, poichè uscirono dei suoni davvero bizzarri dalla sua bocca). L'uomo lo ascoltò, poi scomparve nel retro del locale. - Che gli hai detto?- - Che non parliamo la sua lingua... credo- - Credi?!- In quel momento udirono l'uomo urlare qualcosa dal retro del locale e subito, al suo posto, comparve davanti ai gemelli una bellissima ragazza. Aveva i capelli sopra le spalle, castani e lisci, un viso pallido, sottile e delicato e occhi celesti. - Salve- si rivolse loro in un inglese quasi perfetto- cosa posso servirvi?- Il suo tono era di una cortesia piuttosto fredda e il suo sguardo non pareva più indulgente. - Parli inglese?- si stupì Ren- Sei la prima che troviamo!- - Anche se non siete i primi forestieri che vengono qui, pochi parlano inglese- rispose - Parlerà degli zii- disse En, più rivolta a se stessa che a qualcuno - Siete i nipoti dei Kamishiro?- - Esatto! Io sono Ren e lei è mia sorella En- La giovane li osservò qualche istante, poi tornò al discorso precedente. - Cosa vi porto?- - Uhm... sorellina, va bene un bel tè caldo?- - Col freddo che fa, puoi scommetterci!- - Limone o latte?- - Limone per tutti e due, grazie- La giovane barista si voltò per preparare l'acqua calda per il tè e prese da sotto il lavandino una deliziosa teiera smaltata, bianca con decorazioni floreali rosse, e due tazze semplici, con una scritta che doveva pubblicizzare il bar. - Ren...-ringhiò En, beccando il fratello a sbirciare il fondoschiena della ragazza - Ehm, come si chiama il bar?- domandò il ragazzo, ignorando gli sguardi di rimprovero della gemella - Crown- rispose la barista, senza voltarsi En scosse il capo, ma Ren ricordò che "Crown" era il nome della locanda citata nel romanzo di Stoker, "Dracula", dove si era fermato Arker mentre si recava dal conte. - Certo che è bella, vero?- - Cosa? La barista o la città?- - No no, la barista! Questo posto è inquietante... compreso il nome del bar-

giovedì 13 gennaio 2011

Covasna

"... quando il cielo si squarcerà e saranno dispersi gli astri e confonderanno le loro acque e i mari e saranno sconvolti i sepolcri, ogni anima conoscerà quel che avrà fatto e quel che avrà trascurato!" Corano, Sura LXXXII, AL-Infitar (Lo Squarciarsi) Novembre 2006, Covasna (Romania) - Ancora non capisco perchè gli zii siano venuti ad abitare qui...- disse En, stringendosi nel cappotto - Lavoro- borbottò distrattamente il fratello, levandosi gli occhiali da sole per vedere meglio la piantina della città - Dove siamo?- chiese En, cambiando discorso - Di preciso non lo so, ma dovremmo essere vicini alla piazza- rispose Ren, seguendo con lo sguardo una strada sulla carta- vuoi vedere il centro storico?- La sorella aggrottò le sopracciglia, osservando il fiato che si condensava nell'aria. Altro che visitare il centro storico, En voleva solo tornare a casa! Quella cittadina aveva qualcosa di sinistro, inoltre era spoglia e antiquata, ma soprattutto lontana dal Giappone migliaia di chilometri. - Com'è che si chiama, 'sto posto?- - Dovrebbe pronunciarsi "Covasna"...- - Va bene, va bene. Hai detto che siamo vicini alla piazza, no? Vediamo se in centro ci sono dei negozi decenti, anche se dubito, visto il mortorio che è questo posto...- Ren si ficcò la piantina nella tasca posteriore dei jeans e con la sorella s'incamminò per una stradina che, secondo la carta, li avrebbe condotti in centro senza troppi cambi di direzione. Una volta giunti a destinazione, il giovane si rese conto che la sorella aveva visto giusto: il fantomatico "centro storico" non era molto più grande di un parcheggio e consisteva in botteghe dalle lugubri insegne in legno, vecchie e tristi, alternate a qualche negozio dalle dimensioni di un bugigattolo e un solo bar, solitario e buio; non vi erano vetrine accattivanti e colorate e la statua barocca nel centro della piazza intimoriva, più che un angelo nell'atto di scoccare una freccia pareva un demone appena uscito dall'inferno. Forse a causa del freddo, la fontana sulla quale poggiava la scultura non zampillava d'acqua. I ciottoli piatti e consumati della piazza erano bagnati dall'umidità e un po' scivolosi, ma estremamente ordinati e puliti. Nè una cartaccia nè un mozzicone erano abbandonati a terra con maleducazione. L'insieme dava un senso di antico, come se Covasna fosse stata costruita in un tempo ancestrale, ma a parte l'interesse storico, era estremamente desolante. - Ma qui non c'è niente!- ptotestò En- Rimpiango i negozietti alla moda a 500 yen delle vie di Shibuya...- - Già, pare che non ci sia molta vita- ammise Ren, guardandosi attorno- sorellina, laggiù c'è un bar! Vuoi fermarti a bere qualcosa?- - Perchè no, mi era giusto venuta sete-

lunedì 3 gennaio 2011

Salutiamo di nuovo James... chi sarà il prossimo?^^

Konbanwa! Ancora una volta diciamo arrivederci a James e Steave, ma prima o poi torneranno, esattamente come Leara e compagni, oppure Alira e Richard... questo divertente prequiel termina qui, spero che i lettori si siano divertiti! Adesso è la volta di una storia più intensa, horror, direi, ma anche drammatica... "Covasna", di cui avevo già accennato la trama, è la storia di un paese maledetto, nel quale capitano due ragazzi forestieri per puro caso (o destino?)... una moderna Hansel e Gretel, ma niente streghe, bensì creature misteriose, boschi lugubri e una crudele spada di Damocle. In gioco c'è la vita, ce la faranno i protagonisti della storia a sopravvivere o sarannò sopraffatti dal male? Be', leggiamo Covasna e lo scopriremo... *w*
Hisana-Chan

Jimmy-parte 2-

- Senti, allora noi cosa siamo?- - Vediamo... abbiamo una relazione fissa ma segreta! Non lo so, penso che la definizione corretta sarebbe "amanti", ma non mi piace molto, ha troppi connotati negativi- - Concordo! "Innamorati" mi piace di più... è più romantico- Ridendo, James s'alzò dalla sedia e andò da Steave. Gli arrivò alle spalle, baciandolo sul collo. - Molto più poetico- commentò- e molto più veritiero, in fondo non facciamo torti a nessuno! Sei così dolce che ti mangerei...- Steave arrossì. - N-non sono mica un bignè alla crema- protestò - Molto meglio, infatti!- James tornò alla sua scrivania e Steave si mise a riflettere su ciò che lo tormentava da giorni. - Senti...- - Dimmi- - Posso trovarti un soprannome?- - Un soprannome? Ehm... perchè, scusa?- - Troppo lungo da spiegare, comunque è una cosa mia! Vorrei trovare un nome che posso usare solo io- - Spara- - ...Jimmy- Entrambi si fissarono qualche secondo, poi sorrisero. - Suona un po' troppo tenero, non pensi?- domandò James - Ma io penso che tu lo sia!- rispose Steave, convinto- A volte...- - Non credo di essere "tenero" o "carino"... puoi davvero pensarlo solo tu! Ma se ti piace, va bene- - Sul serio?- - Sì, ma potrai usarlo solo tu! Suonerebbe strano, detto da altri, ma da te...- - Va bene... Jimmy-

Cap. 5: Jimmy

Steave Butler aveva appena fatto il sogno più incredibile e meraviglioso della sua vita e si sentiva in paradiso. Non avrebbe voluto svegliarsi per nessuna ragione al mondo... purtroppo per lui, tutto svanì all'istante e in modo doloroso. - Ahi... ma cos'è successo?- Sbattè velocemente le palpebre, mettendo a fuoco il soffitto, anche se vedeva tutto un po' appannato. - Non ho gli occhiali- realizzò Gli sembrava di aver battuto la testa, ma com'era possibile? Inoltre, attorno a lui c'era un odore sconosciuto, come se quella non fosse casa sua; infatti non era casa sua, ma quella di James. Si tirò immediatamente a sedere. - Mi sa che non ho sognato- si disse- ieri sera ero qui, abbiamo cenato e poi...- - 'Giorno! Sei caduto dal divano, vero? Lo sapevo, eri troppo agitato!- James comparve dalla cucina, sorridendo. - Caffè?- gli chiese, serafico Steave lo guardò come avrebbe guardato un alieno. - Ehi, ci sei?- - Penso di sì...- - Come sarebbe?! Sicuro di essere del tutto sveglio?- - No- James si avvicinò a lui, s'inginocchiò e lo baciò. - Adesso sei sveglio?- - D-direi di sì- Annuendo, James si alzò e tornò in cucina. - Allora, vuoi il caffè o no?- ripetè - Sì, grazie- rispose Steave Si guardò attorno, trovando i suoi vestiti ammucchiati sul divano. Se li rinfilò velocemente e senza troppa cura, alzandosi in piedi. - Che sensazione strana- pensò, mentre la mente ritornava alla notte precedente e il cuore galoppava veloce- davvero abbiamo... ancora non posso crederci!- Mentre l'odore del caffè appena macinato si diffondeva dalla cucina alle altre stanze della casa, Steve continuò a rimanere immerso nelle sue sensazioni. - Mi sembra di sentirmi ancora addosso il suo odore- pensò, nel delirio dolcissimo di chi è innamorato Ritornò alla realtà solo quando gli sorse spontanea una domanda: la notte passata assieme cosa significava per James? Steave aveva avuto l'impressione che James si fosse comportato in modo molto naturale, mentre per lui si era trattata della prima esperienza, per di più con un altro uomo. Questo voleva forse dire che lui era solo una persona di passaggio? - Devo saperlo subito!- borbottò, dirigendosi in cucina Si fermò sulla porta ad osservare James, rapito dai suoi movimenti mentre preparava il caffè: guardando le sue dita agili e affusolate ricordò la bellissima sensazione nel sentirle intrecciate alle sue, indugiò sulle labbra, riassaporando il gusto dei suoi baci, passò al torace, che s'intravedeva dalla camicia sbottonata, creando un effetto molto sensuale. - Steave, devi dirmi qualcosa?- Accortosi della sua presenza, James alzò gli occhi blu su di lui. - Quello sguardo mi fa tremare le gambe- pensò Steave Prendendo coraggio, si decise a parlare. - Sì, ecco... usciresti con me?- Non erano esattamente quelle le parole che aveva in mente... James soffocò una risata. - Scusami- gli disse- è che sembrava che tu stessi chiedendo un appuntamento impacciato ad una ragazza!- - Hai ragione, ma non era questo che volevo dire...- - Cosa, allora?- - Era una cosa simile, però...- James andò verso di lui, gli passò una mano tra i capelli scompigliati e sorrise. - Prima di tutto, con i pantaloni slacciati non sei serio- disse, divertito- e poi, ho capito cosa vuoi chiedermi! Non vado a letto col primo che capita... ricordi cos'ho detto appena ti ho conosciuto?- - Hai detto che ero il compagno di lavoro perfetto...- - Esatto. Dopo ieri sera ho confermato che sei anche il compagno giusto nel privato...- Steave s'illuminò e, d'istinto, lo abbracciò con veemenza. - Meno male!- esclamò, sollevato- Sai, temevo di essere solo una persona di passaggio nella tua vita, ma io vorrei restare...- James sorrise; Steave non aveva idea di quanto lui ringraziasse quel Dio in cui non credeva per averlo messo sulla sua strada...

La primavera di Steave Butler-parte 2-

Appartamento di James, passata da poco la mezzanotte. - Mi prendi in giro?- - No, no! Giuro, l'ho visto davvero- La serata era andata a gonfie vele, avevano cenato tranquillamente, parlato del più e del meno e ora, seduti davanti alla stufa, si gustavano un brandy. - L'America dev'essere bella- commentò Steave - Io l'ho girata quasi tutta, un'estate- raccontò James- facendo l'autostop! Ero con alcuni compagni di corso, è stato divertente- - Il posto che ti è piaciuto di più?- - Il Messico, direi... i siti precolombiani mi hanno affascinato! Ho apprezzato anche il Canada, con i suoi luoghi selvaggi- - Pensa che io non ho mai messo piede fuori dalla nostra isola...- - Ho visitato l'Irlanda e, secondo me, è molto bella. Di dove sei, esattamente?- - Edimburgo. Avrai visitato di sicuro Rosslyn!- - Già...- James si versò altro liquore e lo stesso fece per Steave. - Ehm, James... posso farti una domanda personale? Hai lasciato una fidanzata, in America?- - No, assolutamente. Non ho mai avuto tempo e interesse per le ragazze, preferivo le mummie...- Entrambi scoppiarono a ridere, forse in modo eccessivo a causa dell'alcool ingerito. - Scusa, ma perchè sei andato fino in America per studiare?- James esitò. - Diciamo che volevo cambiare aria... anzi, pure ora, infatti apro la finestra!- Steave sorrise. - Sentiamo caldo perchè siamo brilli- osservò - Sì, ma io sono a casa mia! Tu, invece ce la farai a tornare a casa? Ah, ma perchè non resti, il mio divano è comodo- Steave posò il bicchiere e fissò il collega; dopo poco si sentì avvampare e non potè evitarlo. - Steave... tutto a posto?- - Sai, è meglio di no. Pessima idea!- - Perchè?- - Ecco... insomma...- - Perchè?- Steave balzò in piedi. - ...perchè ho una cotta per te!- Adesso non era certo di avere la testa che girava a causa dell'alcool... ormai l'aveva detto, il brandy aveva fatto il suo terribile effetto. L'unica cosa che desiderava era di poter sprofondare nella terra. - Scusami- disse, confuso- non dovevo! Ti ho messo in una situazione assurda... vado a casa, è meglio- - Fermo- lo bloccò James, afferrandolo per un polso- che combini? Prima ti dichiari e poi scappi via?- - Sì...- - Ti ho forse detto di andartene?- - N-no...- - E allora perchè vuoi andare via?- - Ma è ovvio, mi sento a disagio! E sono un idiota...- James lo interruppe baciandolo. - Steave, tu parli troppo- gli disse- e pensi troppo! Dovresti agire di più, invece...- Dicendo così, con una spintarella lo fece cadere sul divano. - Quando ho detto che il divano è comodo, non scherzavo...-

Cap. 4: La primavera di Steave Butler

Londra era immersa nel tetro grigiore autunnale, flagellata dalle piogge torrenziali e continue, spazzata da venti gelidi provenienti dall'area scandinava e continuamente frastornata da calamità di ogni tipo. Quell'anno, era il 1919, la natura si stava ribellando. Ogni volta che un timido sole malato faceva capolino del cielo livido, le nubi gonfie e ingrigite lo coprivano con prepotenza, stroncandone la rinascita. L'apatia e la depressione dominavano i londinesi: le donne passeggiavano sui marciapiedi in punta di scarpe, con le sottane leggermente alzate per non farle bagnare e gli uomini tuonavano improperi contro la stagione, riversando fiumi di accidenti; c'era il rischo di annegare anche in quelli. L'unica persona di buonumore era Steave Butler. Non perchè lo fosse di natura, anche se un po' lo era, ma perchè era arrivata la sua primavera... per lui, i tuoni erano dolci melodie al violino, il vento insistente il canto delle sirene e la pioggia battente una cascata di strali di luce scintillanti. Chiunque lo incontrasse non poteva che domandarsi il perchè di tanta felicità, nonostante il tempo inclemente. In effetti, Steave non se la passava male, poichè aveva un lavoro che lo entusiasmava e un tetto sopra la testa; arrivava senza troppa fatica alla fine del mese e poteva addirittura permettersi il lusso di mandare qualcosa a casa. Ma ciò che lo rendeva così contento era il poter stare vicino a James Ford. - Ancora alluvioni- sospirò James, leggendo il giornale - Cosa?- domandò Steave, ridestandosi dai suoi sogni idilliaci - Se continua così, finirà che la Gran Bretagna annegherà!- continuò- E noi con lei- - Prima o poi il maltempo finirà- ribattè filosoficamente Steave - Vorrei essere ottimista come te, Steave- James si alzò dalla scrivania e andò alla finestra, osservando distrattamente le gocce di pioggia schiantarsi contro il vetro e scivolare via. - Dov'è Gordon?- chiese d'un tratto Steave- Io non lo vedo da 'sta mattina- - E' a casa- rispose James, voltandosi verso di lui- si è beccato l'influenza! E la cosa non mi meraviglia...- - Inoltre c'è poco da fare, qui...- - Come sempre, del resto! Il nostro lavoro è fatto così, in questi tre mesi te ne sarai accorto...- - Gordon dice che è già tanto se mettiamo il naso fuori due o tre volte!- - Sì, confermo- Dopo un momento di silenzio, Steave prese coraggio. - Ah, senti... mi aiuteresti con questo libro? Ha delle parti in latino, ma io non l'ho studiato!- - Certo- Steave osservò con malinconia il libro davanti a sè. Si rincresceva di non aver fatto studi classici, recentemente... James gli arrivò alle spalle, appoggiando le mani sulla scrivania e sbucando con la testa dalla sua spalla sinistra. - Ok, vediamo come posso aiutarti!- gli disse Steave s'irrigidì e il lieve rossore che comparve sul suo volto accentuò le efelidi che lo costellavano. - G-grazie- farfugliò Senza troppe difficoltà, James tradusse i brani al collega, che rimase ad ascoltarlo affascinato. Non appena si postò, Steave sentì l'odore del suo shampoo e della sua acqua di colonia. - Adoro il profumo che usa- pensò - Steave, sei ancora su questo pianeta?- - Ah, sì! Dimmi pure- - Niente, volevo solo dirti che avevo pensato di tornare a casa, per oggi- - Certo...- Mentre si alzava dalla scrivania, il giovane irlandese cercò di farsi venire in mente un'idea per restare ancora con lui. - ...ricordi il libro su Pitagora che mi hai prestato?- sbottò- Non ci ho capito niente...- - Non mi stupisce, ho fatto fatica anch'io. Ti piaceva l'argomento, mi hai detto, no? Be', ho un'idea! Se vieni da me, ne parliamo con calma- - A cena, intendi?- - Aha. Me la cavo bene in cucina! Che ne dici?- - Con piacere...-